I furnieddhi

Non è raro vedere ancora oggi, nelle campagne salentine, alcune tipiche costruzioni rurali, i furnieddhi (in altre zone del Salento vengono definiti pagghiare). Si tratta di costruzioni a forma di tronco di cono, innalzate in epoche passate con pietre ricavate dal terreno circostante e costruite con arte sapiente, considerato che la volta è realizzata con le stesse pietre posate a secco, senza l'aiuto di alcuna malta o lastrone. Presentano un notevole spessore, in genere un'altezza limitata ed una sola unica apertura che serve per accedervi.

Essendo costruiti per smaltire materiale di risulta, i furnieddhi venivano utilizzati prevalentemente come riparo momentaneo o come deposito, ma sono testimoniati anche casi in cui fungevano da abitazione vera e propria. In questo caso erano assai ampi; solo raramente erano uniti in gruppi di due o tre. Ci si è chiesti spesso l'età di queste costruzioni; a mio avviso essa può essere molto variabile, in quanto l'opera di spietramento dei terreni andò avanti per secoli.

Furnieddhu in agro di Sannicola


I trappeti

I trappeti sono (o meglio, erano) i frantoi per l'estrazione dell'olio, costruiti nel Salento già in epoche remotissime. La loro ubicazione più abituale era sottoterra, in ambienti apositamente scavati nella roccia o nel tufo, poiché i nostri antenati avevano scoperto che il caldo-umido favorisce l'estrazione dell'olio dalle olive. Nei trappeti un asino accecato o bendato girava senza sosta le macine di pietra, riducendo le olive in poltiglia che poi i trappitari provvedevano ad inserire nei torchi. A forza di braccia, quindi, veniva estratto l'olio che si accumulava in apposite cisterne, in attesa di essere caricato su botti per altre destinazioni. L'olio estratto era ad elevata acidità, grasso e pesante, a causa della lunga sosta delle olive sui terreni e nel trappeto e del rudimentale metodo di estrazione.

I trappitari, unti e bisunti, erano dei veri e propri sepolti vivi perché non uscivano mai dal luogo di lavoro per tutta la stagione delle olive e si coricavano in quegli stessi ambienti malsani sia per l'enorme mole di lavoro da svolgere, sia per custodire il prezioso olio. Ancora oggi i nostri anziani usano dire a qualcuno con i vestiti molto sporchi: "me pari 'nu trappitaru!" (mi sembri un trappetaro!).

Le ingegne

Da sempre, il principale problema delle campagne salentine è stato costituito dalla scarsità d'acqua. Siticulosa Apulia (cioè Puglia sitibonda) definì la nostra regione il poeta latino Orazio.

Non esistendo dei corsi d'acqua superficiali, la raccolta del prezioso elemento rappresentava una priorità assoluta per quelle colture -non molte, ovviamente- che abbisognavano di irrigazioni più o meno costanti. La raccolta, nelle zone rocciose, avveniva solitamente attraverso il semplice strumento della cisterna: un piccolo spiazzo impermeabile  raccoglieva l'acqua piovana e la convogliava al di sotto del piano di campagna, in una cavità artificiale della profondità di 3 mt. circa.

Aprendo una parentesi, va detto che fino agli anni Trenta, quando venne inaugurato l'Acquedotto Pugliese, il sistema della cisterna veniva utilizzato anche per la raccolta dell'acqua destinata alle abitazioni. Si costruiva uno spiazzo più o meno ampio accanto alle case (esistono ancora esempi di enormi cisterne che servivano più abitazioni vicine), oppure si sfruttavano le relative terrazze di copertura. L'acqua della cisterna, in quanto destinata soprattutto ad uso potabile, veniva resa esente da impurità da un'anguilla che, per tutta la sua rimanente vita, avrebbe provveduto a cibarsi delle larve e dagli insetti che vi cadevano.

L'alternativa alla cisterna era il classico pozzo, che poteva essere scavato, però, solo nei terreni con terra profonda. Col classico sistema della corda e del secchio si riusciva a sopperire ad un limitato fabbisogno di acqua. In alcuni casi, però, vi era bisogno di un'irrigazione molto più abbonante e continua (ad esempio per gli agrumi, introdotti nel Seicento), ed allora si adoperava il sistema dell'ingegna (in dialetto locale 'ngegna), dal latino ingenium che significa appunto macchina.

Venivano scavati quattro larghi pozzi ai vertici di un ideale quadrato, comunicanti tra loro attraverso gallerie sotterranee, in modo da avere sempre disponibile una notevole quantità d'acqua. Al centro dell'ideale quadrato un sistema di carrucole metteva in movimento una catena munita di secchi di forma speciale che, riempitisi d'acqua, una volta giunti in superficie si versavano da soli dentro ad un recipiente, a sua volta collegato ad un complesso sistema di canali. Il movimento incessante del meccanismo era assicurato dal girare incessante di un mulo o cavallo, legato ad una stanga come accadeva nei trappeti. Questo sistema di irrigazione era particolarmente diffuso nella zona di Alezio, ma è purtroppo ormai difficilissimo trovarne qualcuno ancora visibile.