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Antichi recipienti in terracotta
Antichi recipienti di
terracotta
Un tempo molti recipienti di uso domestico erano in
terracotta. Alcuni di essi, i più grandi, venivano considerati così preziosi
che esisteva una vera e propria figura professionale che si occupava della loro riparazione a
domicilio. Si trattava dello 'cconzalimbi, cioè, letteralmente, acconcialimbi. I limbi,
erano solo alcuni dei recipienti più comuni, ma molti altri se ne trovavano nelle case: capase e capasoni, stangati, ozze,
cofani, ecc. Ozze, stangati e capase avevano
un coperchio di terracotta realizzato su misura (purtroppo non è stato
possibile rintracciarne nessuno), che assicurava una perfetta chiusura.

Le capase erano contenitori di media grandezza, generalmente a tre manici, con una bocca abbastanza larga. Erano
rese impermeabili
dall'interno mediante un'apposita verniciatura. Le più grandi erano dette capasoni.
(non
visibile il terzo manico)

Gli stangati
erano recipienti medio-piccoli, impermeabili anch'essi, utilizzati per conservare
friselle, fichi secchi, biscotti, olive in salamoia, ecc. Erano assai comuni ed avevano diverse dimensioni e forme.
Le ozze erano recipienti enormi,
opportunamente rese impermeabili all'interno e all'esterno, in quanto destinate principalmente a contenere olio. Erano infatti dotate di un foro alla
base (non visibile nella foto), mediante il quale si attingeva il contenuto, nonché di due manici e di un collo non molto ampio.

Un recipiente che aveva in dotazione ogni lavoratore della terra
si chiamava 'mbile. Lo si vede nella fotografia a fianco.
Conteneva l'acqua necessaria per dissetarsi durante le lunghe giornate di lavoro
in campagna. In questo caso la terracotta era lasciata allo stato grezzo, perché si diceva che
in tal modo l'acqua, traspirando, si poteva mantenere freschissima. Il collo era lungo e stretto e la bocca era molto piccola per poterci bere
direttamente. Lu 'mbile era sigillato con un tappo di sughero. 
I
limbi erano
molto comuni ed erano gli antesignani delle attuali vasche in plastica. Avevano
forma tronco-conica ed erano di grandezza variabile, anch'essi impermeabili al'interno. Un loro classico utilizzo era quello di contenere la salsa
di pomodoro appena ottenuta, in attesa di essere
imbottigliata, ma comunissimo era anche il bucato a mano fatto in questo
recipiente. Nel limbo in alto è appena visibile all'interno una riparazione.
Un grande recipiente che non poteva mancare in ogni famiglia era chiamato còfanu.
Serviva per un unico scopo: fare il bucato
"a caldo" (si diceva proprio "fare lu còfanu"), cosa che rappresentava una vera e propria impresa nei tempi andati.
Il cofano era sopraelevato opportunamente mediante uno sgabello, in quanto dotato, alla base, di un foro per lo spurgo dell'acqua.
In corrispondenza del foro si collocava appunto un limbo. Nella foto, tratta dal
Museo della
civiltà contadina del Casale Sombrino (Supersano), una serie di cofani in posizione di lavoro.
Il recipiente complementare al cofano era un'apposita brocca detta vacaturu (da vacare= versare).
Serviva infatti per versare l'acqua sul bucato sistemato nel cofano.
La brocca utilizzata per mescere acqua o vino in tavolo era detta ursùlu (lat. tardo
orciòlum), ed aveva un becco pronunciato per facilitare la mescita.
Ogni tanto passava lu cconzalimbi, (cioè l'acconcialimbi), che diffondeva il suo classico
richiamo, e molte famiglie ne approfittavano per riparare i loro recipienti. Questo artigiano si serviva di un trapano particolare
-descritto anche nel celeberrimo racconto La giara del Verga- per fare dei
minuscoli forellini lungo la frattura della terracotta, e con pazienza vi faceva passare del fil di ferro che stringeva il più tenacemente possibile. Indi sigillava i
forellini e la frattura con calce, ed il recipiente tornava come nuovo.
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